Il non-suono delle elettroniche (e l'annosa questione delle misure)
Inviato: 28/07/2025, 21:51
In ambito hi-fi, è sempre esistita una scuola di pensiero secondo la quale gli amplificatori non dovrebbero avere un proprio suono ma solo amplificare ciò che viene loro offerto in ingresso ("filo con guadagno").
Questa idea è inconcepibile nel mercato odierno dell'hi-fi e high-end, perché implica che sia possibile raggiungere i massimi livelli qualitativi seguendo i princìpi della buona progettazione elettronica anziché quelli dell'esoterismo e della "degustazione" di topologie circuitali e componentistica via via più pregiata mediante infinite prove d'ascolto.
L'idea che esista un limite di fedeltà oltre al quale non si può o non ha senso andare poco si sposa con la necessità di spingere le vette dei listini sempre più in alto, giustificando di volta in volta un nuovo ciclo di "upgrade" dei cataloghi con storie mirabolanti.
Chi oggi si afferma che gli stadi linea e financo gli amplificatori di potenza non devono "suonare" (e che ciò sia perfettamente ottenibile) viene additato dagli audiofili soggettivisti (*) come "sordo", "elettricista" e altri epiteti su cui non indugiamo.
Ma è esistita e per certi versi esiste ancora una scuola "oggettivista" e per certi versi è stata cruciale nello sviluppo dell'alta fedeltà e questo thread è qui per raccontarla e metterla in luce almeno in parte.
(segue...)
(*) seguiamo la convenzione anglosassone, "subjectivists", e lasciamo cadere la definizione un po' risibile di "ascoltoni".
Secondo questa scuola, se l'amplificatore è stabile sul carico che deve pilotare, se distorce sufficientemente poco e non va mai in clipping nelle normali condizioni d'uso, non sarà distinguibile all'ascolto da qualsiasi altro amplificatore che sia in grado di fare lo stesso.Mario Bon ha scritto:lo scopo dell'amplificatore è incrementare la potenza del segnale in ingresso. Dato che ingresso e uscita sono omogenei (due tensioni) si possono confrontare. Nell'amplificatore perfetto Vout(t)=k Vin(t) (la tensione di uscita è proporzionale alla tensione di ingresso indipendentemente dal carico). k è un numero. Per fare questa verifica non serve "ascoltare" l'amplificatore.
Questa idea è inconcepibile nel mercato odierno dell'hi-fi e high-end, perché implica che sia possibile raggiungere i massimi livelli qualitativi seguendo i princìpi della buona progettazione elettronica anziché quelli dell'esoterismo e della "degustazione" di topologie circuitali e componentistica via via più pregiata mediante infinite prove d'ascolto.
L'idea che esista un limite di fedeltà oltre al quale non si può o non ha senso andare poco si sposa con la necessità di spingere le vette dei listini sempre più in alto, giustificando di volta in volta un nuovo ciclo di "upgrade" dei cataloghi con storie mirabolanti.
Chi oggi si afferma che gli stadi linea e financo gli amplificatori di potenza non devono "suonare" (e che ciò sia perfettamente ottenibile) viene additato dagli audiofili soggettivisti (*) come "sordo", "elettricista" e altri epiteti su cui non indugiamo.
Ma è esistita e per certi versi esiste ancora una scuola "oggettivista" e per certi versi è stata cruciale nello sviluppo dell'alta fedeltà e questo thread è qui per raccontarla e metterla in luce almeno in parte.
(segue...)
(*) seguiamo la convenzione anglosassone, "subjectivists", e lasciamo cadere la definizione un po' risibile di "ascoltoni".