Ma è proprio così?
Il concetto di "adattamento di impedenza" (impedance matching) si trova applicato per lo più in due ambiti: la radiofrequenza e l'elettrotecnica.
Nelle linee di trasmissione (radiofrequenza, RF) l'impedenza del generatore, quella caratteristica della linea e quella del carico (che sia un'antenna o un resistore di terminazione) devono essere uguali. Se l'impedenza cambia lungo il circuito, parte del segnale (onda) viene riflessa e torna verso il generatore innescando un regime di onde stazionarie. Finché si tratta di segnali il fenomeno è innocuo (salvo la perdita di segnale trasmesso). Se in gioco c'è la trasmissione di potenza, la potenza riflessa va a dissiparsi sul generatore potenzialmente causando il sovraccarico degli stadi finali. Chi ha giocato anche solo con le radio CB saprà cos'è il ROS (rapporto di onde stazionarie). Questo è anche il motivo per cui le linee a radiofrequenza vanno "terminate", cioè chiuse con una resistenza pari all'impedenza caratteristica della linea (chi ha usato a scuola un generatore di funzioni e un oscilloscopio si ricorderà dei "cappucci" a 50 ohm).
In elettrotecnica esiste un teorema (massimo trasferimento di potenza) secondo il quale, il massimo trasferimento di potenza da un generatore con data tensione Vg resistenza interna R_g a un carico R_l si realizza quando R_l = R_g. In corrente continua questo è molto facile da dimostrare. In corrente alternata le cose sono un po' più complicate e, in particolare, si dimostra che la condizione richiesta è che l'impedenza del carico Z_l sia la complessa coniugata di quella Z_g del generatore (vale a dire che le componenti resistive sono uguali, mentre l'effetto capacitivo dell'uno compensa quello induttivo dell'altro). Da notare che sotto queste condizioni metà della potenza viene dissipata nel generatore e che, come è evidente, il massimo trasferimento di potenza non corrisponde al massimo rendimento (che si ha quando il generatore ha una resistenza interna il più piccola possibile).
In ambito audio (bassa frequenza, BF), nessuno dei due concetti sopra esposti è in generale applicabile o applicato.
L'impedenza non è "adattata" ma, al contrario, deve essere la più alta possibile in ingresso e la più bassa possibile in uscita. Come regola generale, deve esserci un fattore 10 tra l'impedenza di uscita dello stadio pilota e quella di ingresso del "carico" (che può essere l'ingresso di un altro stadio). Nel caso degli amplificatori di potenza questo rapporto prende il nome di fattore di smorzamento (damping factor).
Negli stadi di preamplificazione (linea), l'impedenza di uscita va dalle decine alle centinaia di Ohm, mentre quella di ingresso è nell'ordine delle decine di kOhm.
Capsule microfoniche e fonorivelatori (o pick up) richiedono preamplificazioni dedicate perché la loro impedenza interna non è trascurabile e in genere non è resistiva.
Le cuffie hanno impedenze che vanno dalle decine di Ohm ai 600 ohm (un vecchio standard professionale). Gli amplificatori per cuffie migliori hanno impedenze di uscita inferiori a 1 Ohm. Alcuni economici o integrati hanno impedenze di uscita nell'ordine dei 10 Ohm. Se si accoppia un amplificatore con 10 Ohm in uscita ad una cuffia con impedenza nominale 35 Ohm ci si può aspettare alterazioni della risposta in frequenza.
I diffusori hanno impedenze che vanno dai 2 ai 16 Ohm, più tipicamente tra i 4 e gli 8 Ohm. Un fattore di smorzamento superiore a 10 implica impedenze di uscita inferiori alla frazione di Ohm.
In conclusione, non esiste in pratica alcuna situazione in audio in cui l'impedenza sia adattata (matched), cioè in cui l'impedenza interna del generatore sia uguale a quella del carico. Il ruolo assunto dai preamplificatori, cioè di garantire un'impedenza di ingresso elevata e un'impedenza di uscita bassa, non è in senso stretto un "adattamento di impedenza".
A mio parere, parlare di "adattamento di impedenza" in campo audio è fuorviante e andrebbe evitato, ma se siete di diversa opinione sono curioso

